Quello che non vedi non esiste

Difendere l’organizzazione trasparente

di Ennio Martignago (da:”L’impresa di Occam” – in pubblicazione)

L’accostamento del sostantivo “Impresa” con l’attributo trasparente sembrerebbe essere ai nostri giorni una contraddizione in termini, un vero e proprio ossimoro. Non sono trasparenti i favoritismi fra capo e collaboratori, né quelli che inducono a portare avanti un dirigente dannoso nei confronti di uno illuminato quando è quest’ultimo che pur tuttavia deve continuare a dare il meglio. Sono infine meno che mai trasparenti perfino i rapporti fra le direzioni e i sindacati – laddove questi esistano ancora – e all’interno dei sindacati stessi, oltre che fra questi e i lavoratori. Ciononostante bisogna ricordare che i tempi non è che stanno cambiando: sono già cambiati.

Per quanto continuino ad esistere i lavoratori manuali per i quali il significato della parola “lavoro” non è che sia così tanto cambiato, a parte il fatto che sono sempre meno persone a fare sempre di più, la grande moltitudine dei cosiddetti “white collars” è più in crisi che mai. La ragione di questo disagio è certamente connessa a quelle tecnologie del calcolo automatizzato che stanno producendo nelle attività procedurali lo stesso effetto che ebbe l’introduzione delle macchine meccaniche nella gran parte delle attività pesanti, come quelle a suo tempo supportate dagli animali da lavoro, ma questa ragione non può spiegare tutto. Non può spiegare, ad esempio, l’incremento di attività procedurali, più deleterie che inutili, create per dar lavoro alle macchine e ai loro “terminali umani”: è la logica per cui chi ha solo un martello per ragionare non farà altro che riempire il mondo di chiodi.

Eppure non è vero che tutto si fermi qui, anzi…

L’azienda nel frigorifero

Quando oggi al mercato ho ordinato all’ortolano un mazzo di ravanelli mia moglie mi ha redarguito sul fatto che nel frigo c’erano ancora quelli della settimana scorsa. Quando le ho chiesto dove fossero mi sono sentito rispondere: «Sono davanti al tuo naso che ti mangiano». Ne ho comperati lo stesso immaginando che da una settimana all’altra non fossero più freschi, però non appena a casa ho subito controllato come stessero le cose nel frigorifero. Effettivamente erano più o meno davanti al mio naso, tuttavia dentro un sacchetto di plastica bianco e quindi non ci avrei mai fatto caso – io – ma neppure quelli che dicevano di saperlo avevano mai avuto l’idea di tagliarli e condirli.

La ragione è che quello che non vedi, seppure sai che esiste, non ti viene mai in mente che possa essere utilizzato. Questa stessa è la ragione che mi ha portato a sostituire i contenitori di plastica a volte di marca e di qualità, con quelli più comuni recuperati dalle confezioni di vetro dei sott’olio e perfino quelli di plastica trasparente degli Yogurt grossi. Normalmente quello che finiva in quei simil-Tupperware veniva riscoperto in genere quando la flora e la fauna che si era creata al loro interno cominciava a gridare aiuto nella speranza di essere liberata dai loro rapitori.

Da ciò nasce una prima considerazione: l’ordine della logica comune del tenere una facciata ideale fa andare a male i contenuti conservati nei contenitori solo per dare l’apparenza di bella figura. La seconda considerazione è quella che si rivolge all’esterno: l’azienda organizzata per salvare l’apparenza sarà maledettamente uguale a tutte le altre imprese; e, se una volta quelle che si assomigliavano erano solo quelle dello stesso comparto, ora che tutti stanno facendo un po’ di tutto per cercare di esasperare la massimizzazione dei profitti, davvero ogni azienda finisce per somigliare a qualsiasi altra. La ragione di ciò è che nessuno riesce a vedere i suoi contenuti reali abbastanza da immaginare che possano fare al caso loro, ma vedono solo quello che gli addetti al marketing finiscono per contrabbandare sulla base delle mode del momento, sempre più evanescenti quanto ossessivamente ripetitive.

Il caos non è la soluzione

Ad un certo momento, visto che questa logica trasparente di “economia circolare sostenibile” non poteva valere per tutti in quanto, se funzionava per le melanzane al funghetto appena cotte, non era pensabile infilare i gambi di sedano o i pani di insalata nei contenitori della marmellata, dovetti pensare ad una soluzione diversa dal tornare ad infilare questi “giganti nel frigo” in sacchetti di carta o in quelli del pane. Qui le cose si vanno a fare più complicate. Per risolverle ho dovuto lasciare le verdure a debordare dalle graticole di metallo dei piani alti del frigorifero. Normalmente dovrebbero finire nei cassetti in basso, anch’essi purtroppo bianco latte senza trasparenza.

Il problema del nuovo “dia-ordine” è stato che poi si finiva per infilare altre cose in mezzo ai ciuffi di verdura o in fondo dietro ai pomodori così che capitava di aprire più barattoli di maionese perché nessuno andava a frugare fra la verdura per trovare quello già iniziato. Avrei dovuto fare dei corsi di formazione all’ordine del frigo ad una famiglia che mi avrebbe mandato a stendere prima che iniziassi la proposta. Come in una cerimonia del tè Zen, l’ordine è una cultura e non una tecnica e purtroppo su questioni come la cultura il disaccordo predomina.

Che fare? Cambiare frigorifero con uno di quelli più moderni tutti trasparenti di cui però non esiste una versione da incasso compatibile con il portafoglio?

Forse basta cambiare cassetti di misura e prenderne di trasparenti.

Che cos’è l’azienda trasparente?

Il frigorifero proprio come l’azienda non può non avere un’organizzazione. Ciononostante dalla metafora può rischiare di apprendere alcuni principi generali utili per migliorare i propri rapporti interni indispensabili per gestire il rapporto fra l’attività strutturare e l’investimento innovativo, nonché la visibilità e l’appetibilità nel mercato esterno.

• Non ci devono essere più contenitori che alimenti, ovvero che la componente organizzativa non deve mai prevalere sul suo fine, sulla sua attività e sui suoi contenuti

• Ogni contenitore deve essere abbastanza piccolo o quantomeno di misura da poter vedere tutto quello che contiene e il pezzo grosso, come ad esempio la fetta di melanzana, non deve oscurare il resto al punto che non si capisce in che modo questa sia stata condita. Inoltre, spesso è meglio conservare l’ingrediente principale in un contenitore separato da quello che contiene il sugo: intanto potrai usare quel sugo per condire cose diverse oppure combinare gli ingredienti di base in dei mix nuovi.

• In definitiva, così facendo si eviterà che molti cibi vadano a male e quando questo capitasse probabilmente, non solo ce ne si accorgerà per tempo, risparmiando spazio nel frigo e rigurgiti alla loro scoperta, ma si farà in modo soprattutto che la parte deteriorata guasti anche quelle con cui si trova unita. Si saprà, inoltre, dove si trovano i cibi che riempiono la pancia, come le buone patate, da quelli che, come lo zafferano o la bottarga, non devono andare a male né di aprirne più confezioni.

• Quando Steve Jobs rientrò in Apple era disperato a causa della totale mancanza di idee originali e si agitava da un piano all’altro finché non arrivò alla scrivania del semi-oscuro impiegato britannico Joni Ive. Lì si esaltò ammirando quello che sarebbe stato il primo iMac, il computer che avrebbe cambiato l’idea stessa che oggi abbiamo di tutti i computer. Quando Ive, stralunato alla scena, gli chiese se aveva visto bene quello che aveva davanti, l’altro rispose che non solo l’aveva visto ma che lo voleva al suo fianco per una collaborazione ed una grande amicizia che superò addirittura la scomparsa del primo. Che cos’aveva di particolare quella macchina? Intanto la maggiore novità stava in quello che non aveva: era di una semplicità disarmante, mancando sia del lettore di floppy disk che delle porte seriali o parallele, compreso le famose SCSI che caratterizzavano i computer Apple. Usava solo delle nuove porte USB, una porta di rete e un lettore di dischi ottici, cui si sarebbe aggiunta una scheda wireless. Ma la novità che più saltava agli occhi a chiunque era un’altra: tutto era contenuto in quel televisorino senza pezzi aggiunti e soprattutto lo chassis era completamente trasparente.

• Oggi, sia i clienti che i partner, che gli stakeholder, che i fornitori, che gli investitori, tutti vorrebbero avere a che fare con delle aziende iMac invece che con delle sale calcolo di una volta. Questo è il segreto di alcune fra le startup più ambite dai grandi capitali. La logica di fare affari senza inventare nulla, limitandosi ad accaparrare spesso con scarso criterio le idee altrui per poi spesso farle fallire, non potrà durare in eterno e le grandi imprese, invece di limitarsi a sperare nel grande affare, dovrebbero avere un bel frigorifero tutto trasparente aperto al mondo dove niente stia andando a male e dove nessuna risorsa venga spacciata per quel che non è, né che venga dimenticata.

Visibilità e privacy

L’abuso delle policy di data protection oggi spacciate da molte delle stesse aziende che dei dati degli utenti sono ben lontane da non fare uso (solo lo fanno sapientemente informato) mette molte imprese, clienti e stakeholder compresi, di fronte al dilemma se difendere la privacy o mostrarsi al mondo per quel che si è.

Dietro a molto “gioco al nascondino” si cela in ultima analisi la totale mancanza di idee e lo spaccio di etichette e slogan sdruciti già sul nascere.

Il vero tema del buon uso della privacy consiste nel far notare il meglio possibile quello che gli osservatori hanno interesse di vedere e che i proprietari hanno interesse di mostrare, al punto che quello che si può desiderare di nascondere sia il minimo possibile facendo in modo che il resto non attirerà lo sguardo di nessuno, essendo l’attenzione di tutti indirizzata a quello che si è scelto di mostrare.

Solo chi non avrà nessun contenuto da mostrare nel frattempo concentrerà tutti gli sforzi a sfoggiare vanamente un brillante contenitore ordinato come un prato all’inglese o un taglio di capelli a spazzola.

Photo by Ello on Unsplash 

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