Gig economy, riders e algoritmi di lavoro

Agosto bollente nel Mediterraneo. L’anticiclone africano Lucifero ha portato la temperatura oltre i 40 gradi centigradi. Tuttavia, il caldo è stato mitigato da perturbazioni positive, in particolare sul fronte del lavoro, contribuendoa destabilizzare il quadro normativo che regola il rapporto tra riders e piattaforme digitali. Tra queste Globo e Uber Eats, tanto per citarne alcune. Una notizia che crea un importante precedente che ci auguriamo possa essere esteso anche in Italia e in altri paesi dell’Unione Europea.

Insomma, Madrid diventa protagonista di una nuova politica fondata sulla lotta al precariato e alla gig economy. Da quest’estate, in Spagna è in vigore un nuovo requisito dello Statuto dei Lavoratori che stabilisce che i rider devono essere considerati dipendenti e non più lavoratori autonomi.

Si tratta della prima modifica normativa di questo tipo introdotta nell’Unione, ha sottolineato il governo spagnolo, avvenuta grazie a un accordo tra il Ministero del Lavoro e le parti sociali e in linea con sentenze di condanna emesse dalla giustizia per imprese che avevano a servizio rider ingaggiati come lavoratori autonomi. La modifica è poi stata approvata in Consiglio dei ministri come decreto-legge e in seguito convalidata dal Parlamento.

Una ventata di aria fresca, quindi, per il nuovo mondo del lavoro associato e governato da piattaforme digitali, che porta un’ulteriore importante novità: la legge prevede, infatti, che le aziende che usano algoritmi per regolare i rapporti di lavoro con i loro dipendenti (per esempio, per stabilire i turni o le mansioni) debbano render noto ai rappresentanti degli impiegati il funzionamento degli stessi.

Quest’ultimo è un punto davvero importante nello scenario evolutivo dell’economia digitale poiché entra nel merito dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi che stabiliscono tempi e modalità operative di un numero sempre più ampio di lavoratori.

La questione su cui è intervenuto il Parlamento spagnolo stabilisce un principio etico fondamentale: la logica cognitiva è legittima soltanto se vengono comunicati in modo chiaro e ineccepibile gli obiettivi che sottende il suo funzionamento. In altre parole, parafrasando il concetto normato dal Governo di Pedro Sanchez: le imprese che fanno uso di intelligenza artificiale devono essere delle glass house e non delle black box; devono, in definitiva, sottostare a un codice etico fondato su principi di trasparenza.

Un principio che, seppure in un contesto diverso, era stato ribadito in una sentenza della Corte di Cassazione (vedi qui) in merito agli algoritmi di AI utilizzati nei sistemi di profilazione: i meccanismi e le finalità che regolano l’automazione decisionale, implementata attraverso algoritmi di intelligenza artificiale, si affermava in quella sentenza, deve essere chiara, comprensibile e priva di alcuna pregiudiziale.

La questione di fondo su cui ci si confronta in tutti i luoghi di lavoro dove vengono utilizzati algoritmi di AI è sempre la stessa: l’ambiguità e non trasparenza degli algoritmi. che non rispetta il valore e i diritti delle persone.

È possibile risolvere il conflitto etico che solleva l’AI e salvaguardare i valori e i diritti delle persone? Certo che sì, basta volerlo. Comprendere l’AI e acquisire un’adeguata conoscenza dei rischi che possono derivarne da un uso improprio è la sfida delle sfide dell’economia regolata e automatizzata dalle piattaforme digitali di nuova generazione.

Serve diffondere consapevolezza sulle possibili discriminazioni che possono essere introdotte nel codice di machine e deep learning. In altre parole: occorre essere capaci di governare la tecnologia con spirito critico, evitando così di diventare ostaggio di una trasformazione digitale guidata unicamente da logiche di pura produttività e profitto. La sostenibilità delle imprese digitali passa anche da questi semplici concetti.

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