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Immuni: una partenza senza garanzie di efficacia e con poche certezze

17 giugno 2020

di Redazione Online

Abbiamo intervistato Federico Cabitza, professore di Sistemi informativi e Interazione uomo-macchina all’Università degli Studi di Milano Bicocca, in merito ad Immuni, l’app di contact tracing attiva da questa settimana in tutta Italia, dopo un periodo di “sperimentazione” forse troppo breve, per capire se, e come, potrà contenere la diffusione del virus. Il professor Cabitza, che in un recente articolo sottolineava come fosse necessario raccogliere più dati possibili sul funzionamento dell’applicazione, ha elaborato un breve sondaggio per valutarne l’efficacia, visto che, come ci racconta, le autorità competenti non sembrano fornire un contributo adeguato in termini di condivisione dei dati.


Il rodaggio effettuato nelle quattro regioni, soprattutto alla luce della “selezione digitale” degli utenti che potevano aver accesso all’app, può ritenersi sufficiente?

La domanda giustamente fa riferimento al cosiddetto “bias di selezione“: se effettivamente un terzo degli abitanti delle regioni interessate dalla sperimentazione ha installato l’app (e abbiamo ragione di credere che la percentuale sia minore), comunque quel campione non è rappresentativo della popolazione complessiva a cui è destinata l’app, in termini di familiarità con le tecnologie digitali e di propensione all’utilizzo. È anzi probabile si tratti delle persone più esperte e che comunque ritengono che questo strumento sia molto utile. In questo modo, è probabile che una settimana di sperimentazione non sia stata sufficiente per far emergere e affrontare problemi di usabilità dell’app. Ricordiamo che l’usabilità di uno strumento informatico non è una caratteristica intrinseca dello strumento, bensì contestuale, che emerge dalle caratteristiche ergonomiche dello stesso in determinati contesti d’uso (o situazioni) e nell’interazione con utenti dal profilo anche molto diverso (dal nativo digitale all’anziano, dalla persona con diploma post-universitario alla persona che ha interrotto gli studi dopo la scuola dell’obbligo).

Quindi, per rispondere alla sua domanda: io penso che nessun esperto di interazione uomo-macchina possa considerare un periodo di 7 giorni sufficiente a comprendere la reale usabilità dell’app, né il grado di sicurezza (anche se questo è l’aspetto più facilmente simulabile in condizioni controllate da laboratorio), né, e questo è l’aspetto più importante a mio avviso, dal punto di vista dell’accuratezza del sistema nello stimare il grado di rischio dei contatti di prossimità, e quindi della sua efficacia nel supportare la strategia di trace e test del nostro Stato e in ultima analisi nello spezzare adeguatamente le catene di contagio e ridurre i numeri dell’epidemia.

E guardi che in questa disamina sommaria non sto considerando tutta una serie di elementi che invece un approccio responsabile alla progettazione di tecnologie a supporto dei sistemi socio-tecnici dovrebbe considerare (pur prendendosi più tempo e utilizzando più strumenti di monitoraggio), come ad esempio capire se l’utilizzo dell’app immuni non induca un senso di falsa sicurezza (il cosiddetto effetto di compensazione del rischio) e quindi non modifichi, per il peggio, il comportamento delle persone che la usano, nel senso – ad esempio – di un minore utilizzo di presidi di protezione e un più lasco distanziamento sociale.

Perchè le autorità competenti dovrebbero garantire una maggiore trasparenza sui dati relativi al funzionamento e all’utilizzo dell’app?

Perché si appellano al senso di responsabilità dei cittadini e promuovono, con il denaro dei contribuenti, campagne di comunicazione e promozione che danno per scontato, come assodato e provato scientificamente, che una app come immuni sia efficace e, soprattutto, costo-efficace. Ora questo invece non è affatto scontato: l’efficacia di una app di contact tracing è stata valutata solo sul piano teorico, da modelli di simulazione che, pur tenendo in considerazione moltissime variabili, non possono che semplificare la complessità del mondo reale.

Ad esempio, mi sembra che una app simile ad immuni sia in sperimentazione all’Isola di Wight nel Regno Unito dall’8 di Maggio. Non sono al corrente del fatto che lì reputino conclusa la sperimentazione, più di un mese dopo, e si noti che, giustamente, hanno rilasciato l’applicazione nel contesto di una regione isolata geograficamente come un’isola, che ha però più di 140.000 abitanti. Solo con maggiore trasparenza su come sta andando (o è andata) una sperimentazione in ambito locale si può capire se sia opportuno e appropriato estendere la strategia a livello nazionale. Ciò che colpisce nel caso Italiano è che la durata della sperimentazione, e le date di inizio e fine siano state decise a tavolino, a prescindere da ogni possibile rilievo o elemento trovato in fase di analisi dei dati raccolti (perché l’hanno fatta, no?): nessuno può convincermi che, anziché di una sperimentazione a tutto tondo, si sia trattato solo di un rodaggio tecnico, come sono i primi chilometri di una macchina che si è sicuri di mettere su strada alla fine del periodo, a meno che non fosse stato necessario passare dal meccanico per qualche problema.

Trasparenza nei dati, quali il numero di utenti attivi, il numero di utenti attivi trovati positivi al covid e, soprattutto, il numero di loro contatti e il numero di test effettuati su questi contatti nel giro di 24-48 ore, sono elementi fondamentali, non accessori per capire se immuni ha chance di raggiungere gli obiettivi per i quali è stata sviluppata (e cioè supportare la strategia nazionale di contact tracing delle persone trovate positive al COVID-19 per il loro isolamento e quindi ridurre la contagiosità di tale malattia), e se lo fa con un dispendio razionale e appropriato di risorse pubbliche. Ad esempio, se anche hanno dato grande visibilità al fatto che l’app sia stata sviluppata senza oneri per lo stato da una azienda privata, non ho visto altrettanta trasparenza su quanto sia costato strutturare (un milione di euro?) e quanto costi ogni mese manutenere (anche in termini di sicurezza e protezione agli attacchi) i server che gestiscono il servizio dalla procedura di sblocco alla notifica di contatto; o quanto costi arruolare e mobilizzare gli operatori sanitari che dovrebbero fare il test molecolare alle persone che venissero raggiunti da una notifica di contatto; o quanto costi raccogliere tamponi (e analizzarli) se la quantità di falsi positivi fosse troppo ingente e questi tamponi si rivelassero inutili e quindi inappropriati; e soprattutto quanto costi, in termini di costi opportunità (cioè, sostanzialmente, guadagni mancati e produttività ridotta), ogni giorno di quarantena volontaria di un soggetto notificato che non fosse prontamente testato e a cui non si desse la certezza di essere positivo o negativo nel giro di uno o due giorni. Per questo motivo la trasparenza sull’impiego di questa applicazione è a mio parere doverosa.

Come si inserisce il suo “form” nel processo di valutazione dell’efficacia di Immuni?

La trasparenza che auspico non è un fine, ma un mezzo: un mezzo per ottenere prove di efficacia dalla comunità dei ricercatori e data scientists interessati che potrebbero così analizzare i dati, sviluppare modelli previsionali e creare simulazioni per capire se le cose stanno andando nella direzione voluta oppure no, insomma per fare un Health Technology Assessment che non è mai troppo tardi fare quando si tratta di salute pubblica e pubblica utilità.

Ad esempio, è notizia di oggi che la Norvegia ha deciso di interrompere l’uso della loro app di tracciamenti dei contatti perché, a fronte del basso tasso di infezione, l’invasività dell’applicazione superava i suoi possibili benefici. Ora questa applicazione tracciava anche i movimenti degli utenti tramite GPS e per questo è sensato parlare di una invasività che l’app immuni non ha, ma ciò su cui pongo io l’attenzione è la valutazione dei possibili benefici e il bilancio netto costi benefici: certe cose se non le misuri, cioè non raccogli i dati, non le puoi gestire (come diceva l’economista Peter Drucker).

Ora io ritengo che in certi casi l’approccio open science, e citizen science, cioè il coinvolgere i cittadini direttamente nella raccolta di dati, percezioni, impressioni, su un sistema che è comunque attivo tutto il tempo nelle loro tasche, e richiedere da loro un feedback, sia fondamentale: questo richiede trasparenza e la collaborazione di quanti più ricercatori indipendenti possibile, affinché le analisi e conclusioni siano confrontabili e con la necessaria molteplicità che si richiede alla interpretazione di fenomeni complessi e senza precedenti come l’impatto di una app di contact tracing nel contesto sociale e produttivo di una nazione di 60 milioni di abitanti in piena emergenza COVID-19.

La mia iniziativa è nata come una provocazionese non ci date i dati dall’alto, ce li prendiamo dal basso. Se poi, con questo strumento, saremo in grado di avere dati che ci permettono di stimare il numero di contatti falsi positivi e anche il numero dei falsi negativi (confrontando i dati che abbiamo con quelli resi disponibili dalla protezione civile) allora ne sarò felice, sia come ricercatore e data scientist che come cittadino interessato a capire cosa può essere fatto per fronteggiare l’eventuale seconda ondata che alcuni epidemiologi e virologi temono per il prossimo autunno.
Personalmente, non posso sopportare che si diffondano messaggi alla popolazione e ai contribuenti che non siano supportati da prove di validità ed efficacia e, lo dico da ingegnere, che che si riduca il tema complesso delle politiche di gestione della emergenza COVID al semplicismo del “soluzionismo tecnologico” di cui ci parla Morozov: no, non basta una app per tenere sotto controllo l’epidemia: ci vogliono presidi di protezione individuale, distanziamento sociale, pratiche di igiene personale e sanificazione degli ambienti, e anche molti contact tracer umani, e la capacità (e volontà politica) di fare tutti i test diagnostici che è necessario, anche quelli che si renderanno necessari sulla base delle segnalazioni di Immuni.

Chiunque volesse contribuire a valutare l’impatto dell’app immuni può collaborare con noi e, se riceve da essa una notifica, compilare un brevissimo form anonimo strutturato per valutare l’esperienza d’uso di tale strumento:  https://tinyurl.com/contattato-da-immuni