Ottobre 1st, 2020

Condividi

Lo scorso 13 agosto, il quarto distretto della California Court of Appeal, ribaltando il giudizio emesso dalla Superior Court of San Diego County, si è fatto portavoce della necessità di cambiare il mondo del commercio digitale così come lo conosciamo, iniziando un processo di chiarificazione e differenziazione tra le realtà che popolano il mondo dell’e-commerce.

Gli attori coinvolti nella vicenda sono Amazon, il colosso di Jeff Bezos che anche nel mondo post Covid-19 registra cifre da record; Angela Bolger, una donna di San Diego, vittima di una batteria difettosa; e la Lenoge Technology (HK) Ltd, un’azienda cinese conosciuta sul portale e-commerce con lo pseudonimo “E-Life”1.

La vicenda

Ad agosto 2016 la Sig.ra Bolger è in cerca di una batteria sostitutiva per il suo computer e ne acquista una messa in vendita da Lenoge, tramite l’e-commerce di Amazon.

A questo punto, Amazon si pone tra Lenoge e la Signora Bolger, assumendo il suo usuale ruolo di intermediario: addebita l’acquisto, lo reperisce nei suoi stessi magazzini e ne dispone e gestisce la spedizione. Entro due giorni la Signora Bolger riceve la batteria, confezionata nel noto pacco Amazon.

Fino a questo momento della vicenda non accade nulla di rilevante, fintantoché, il mese successivo avvengono invece due eventi destinati a portare il fatto di fronte alle alte corti americane: Amazon chiude definitivamente l’account di Lenoge (perché a conoscenza di una partita di batterie difettose) e poco dopo la batteria acquistata dalla Signora Bolger esplode durante l’utilizzo, costringendo la sua acquirente a due settimane di ospedale.

A gennaio 2017, quindi, il caso viene portato in tribunale, citando in giudizio sia Lenoge che Amazon. Qui, la prima sceglie di non costituirsi, mentre la seconda, forte di una giurisprudenza fino a quel momento in suo favore, chiede un giudizio sommario avvalendosi di una difesa consolidata che identifica il colosso statunitense come un mero “service provider”, un fornitore di servizi che offre un “mercato online e operazioni logistiche”.

In primo grado queste motivazioni reggono, ed è solo in appello che la vicenda assume contorni inaspettati.

Nelle sue quasi cinquanta pagine di motivazione la Corte Californiana, infatti, ribalta il giudizio di primo grado, affermando come Amazon sia a tutti gli effetti responsabile per i danni provocati da prodotti resi disponibili sul proprio sito web, anche se non a marchio Amazon.

Motivazioni della sentenza e punti chiave

La sentenza catapulta l’operatore online all’interno del processo, rendendolo parte attiva della transazione commerciale.

Nell’opinione della Corte, Amazon non può qualificarsi come semplice intermediario poiché ricopre un ruolo fondamentale in una catena verticale in cui il cliente non viene mai nemmeno in contatto con quello che è l’effettivo venditore. Per il compratore non conta solo comprare “da” Amazon, ma sceglie la piattaforma proprio per comprare “su” Amazon, poiché si sente protetto, accompagnato nel processo di scelta prima, e di acquisto poi. Questo speciale rapporto di fiducia tra il consumatore e l’azienda, secondo la Corte, non può essere ignorato e porta con sé una responsabilità intrinseca e giuridicamente valida.

Secondo i giudici, essere parte attiva della catena di vendita (anche digitale) contrasta con l’affermazione di essere un semplice “mercato online” e questo non viene inficiato nemmeno considerando che Amazon non propone, di fatto, alcuna garanzia su quanto venduto (nella pratica) da terzi.

Nel ribaltare alcuni (dis)equilibri a cui siamo abituati, i giudici californiani colgono anche l’occasione per disegnare una necessaria linea di demarcazione tra ISP e OTT, riaffermando la neutralità degli Internet provider rispetto alla catena di vendita, ma anche escludendo che tutte le piattaforme siano automaticamente considerabili come intermediari. In particolare, quanto più il livello di partecipazione al negozio giuridico, anche se come terza parte, è elevato, tanto più significativa sarà la responsabilità che ne deriva, ad esempio per eventuali danni da prodotto difettoso.

Conseguenze e punti d’attenzione

La decisione della Corte di San Diego porta con sé alcune considerazioni.

La prima, riguarda la traslabilità dei principi utilizzati dalla Corte all’interno del nostro sistema.

Nel delineare i criteri per identificare le responsabilità di cui Amazon viene investito, i giudici hanno, da una parte, utilizzato criteri equiparabili a quelli enunciati dal nostro Codice del Consumo e dall’altra introdotto novità nella valorizzazione dei ruoli interessati dal rapporto giuridico.

La responsabilità per danno da prodotto difettoso prevista dal nostro Codice del Consumo ben si adatta, nel merito, a quelli che sono i criteri delineati dalla sentenza, dando valore alla necessità di immettere sul mercato prodotti sicuri e controllati. La condivisione di questi punti di vista da parte della corte americana rende plausibile pensare che territori diversi potrebbero riconoscersi in regole simili, soprattutto quando si parla di un mondo ormai completamente globalizzato come quello dell’e-commerce.

Quindi, pur tenendo conto del fatto che la sentenza, in quanto tale, non ha alcun valore fuori dai confini californiani, non si può trascurare la sua portata a livello più ampio.

Al momento sono in corso di svolgimento processi simili in altri Stati americani (tra gli altri, Pennsylvania, Ohio e Texas) e, pur essendo cauti, si può ipotizzare che questa nuova tendenza tocchi anche il suolo europeo: ad oggi il commercio digitale è regolato dalla E-commerce Directive, una direttiva del 2000, recepita dal legislatore italiano con il d.lgs. 70/2003.

È uno strumento rigido e, soprattutto, obsoleto: nel mondo online 20 anni sono un arco di tempo estremamente lungo, che ha portato non pochi gruppi di studio e ricerca ad interrogarsi sul tema dei rapporti giuridici nati in un contesto di scambio digitale, al fine di identificare responsabilità, soggetti coinvolti e tutele necessarie.

Al contempo, la Corte ben riconosce il proprio carattere di innovatore e, pur ricalcando criteri a noi noti, aggiunge, o meglio espande, le responsabilità a soggetti che in Italia sono meno coinvolti dal rapporto giuridico. La sentenza assegna piena responsabilità da prodotto difettoso ad Amazon, un ente fino a questo momento non contemplato nella relazione bilaterale venditore – cliente che promuove il nostro Codice, per il quale, ad oggi la piattaforma di e-commerce si identificherebbe ancora “mero” distributore, nel senso di un “operatore professionale della catena di commercializzazione, la cui attività non incide sulle caratteristiche di sicurezza dei prodotti”. La Corte si discosta da questa concezione e riconosce, invece, che
le attività di Amazon si estendono ben al di là di una facilitazione indiretta della catena distributiva del prodotto.

L’altro aspetto interessante della vicenda si riscontra nella grande valorizzazione data all’affidamento dei consumatori. Il nostro Codice non è estraneo a considerazioni in merito al valore della pubblicità e denuncia pratiche commerciali scorrette e ingannevoli, tuttavia non si spinge al punto di riconoscere un valore quasi contrattuale a quello che è l’affidamento del cliente nei confronti dell’immagine aziendale.

Un operatore commerciale che si ponga come destinatario di una fiducia che passa anche tramite la sicurezza dei prodotti offerti e un’assistenza a tutto tondo, non può poi sottrarsi da queste aspettative, che assumono un vero e proprio valore giuridico, secondo i giudici della California.

Una lettura lungimirante di questi fatti dovrebbe spingere a considerare l’impatto che una certa linea di marketing (digitale analogico) ha non solo sul proprio business, ma anche ai fini della responsabilità e, nella peggiore delle ipotesi, nella gestione di contenziosi. Di fatto, quello che viene lasciato percepire al cliente come certo assume valore ed è opponibile in ambito legale, almeno in California.

Ciò che si può affermare è che la sentenza di agosto spinge a riconsiderare il contesto aziendale, creando un precedente non trascurabile sia nell’ambito della tutela dei consumatori e dell’attribuzione della responsabilità, che sul piano etico. Appurato che ci si muove verso un contesto in cui il mero affidamento del consumatore può generare conseguenze sul piano giuridico, di questa consapevolezza se ne può fare uno svantaggio o un punto di forza.

Questo cambio di rotta potrebbe diventare uno dei tasselli che compongono le realtà di business, identificandosi, forse, come il primo passo per riequilibrare i poteri di mercato e, eventualmente, ridimensionare colossi delle dimensioni di Amazon.

1. È pratica comune tra i fornitori di Amazon quella di utilizzare “friendly names” sul portale invece dell’effettivo brand aziendale.

2. “It claimed it was merely a provider of services, namely an online marketplace and logistics operation.” (Sentenza, p.13).

3. “Both parties in this appeal recognize that the application of the doctrine of strict liability to Amazon under the circumstances here presents important issues that have not been fully addressed in prior precedents. But the novelty of these issues does not prevent us from applying the doctrine where, as here, it is warranted. “Law, asan instrument of justice, has infinite capacity for growth to meet changing needs and mores.” (Sentenza, p.40).

4. Art. 103, lett f), Codice del Consumo.

5. Amazon’s activities go far beyond “indirectly facilitating the commercial distribution of products” (Sentenza, p.35).

6. Parte II, Titolo III, Codice del Consumo.